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FOTO Cult - Dicembre 2009 #60

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Emanuele CostanzoPotrei sfruttare la guida mercato che domina questo numero e, partendo dal fatto che le reflex in commercio sono 33 come gli anni di Cristo, dissertare del Natale. Invece vi parlo di monnezza, tanto per cominciare. Non di quella di Napoli, né di quella di Palermo, ma di quella che nell'oceano Pacifico copre una superficie pari a circa tre volte l'Italia. Si tratta di una vera e propria discarica galleggiante aggregata dal gioco delle correnti, in larghissima scala quel che accade negli angoli delle piscine poco curate. La cosa è di certo interesse, tanto che una giornalista americana free lance propone al New York Times un reportage. Il quotidiano si dice disponibile a pubblicarlo, ma non intende coprire le spese di viaggio, una voce consistente visto che l’area interessata si trova molto oltre l’arcipelago delle Hawaii. Lindsey Hoshaw, questo il nome della giornalista, non si perde d’animo e si rivolge a Spot.Us, un'organizzazione no profit che ha lo scopo di trovare i fondi per la realizzazione di reportage su argomenti inediti, di interesse generale, ma trascurati dai poli di informazione classici. In sostanza, sono i cittadini a sostenere i progetti da loro stessi proposti o dai reporter che hanno idee irrealizzabili senza il supporto pubblico. Come nel caso della pattumiera oceanica: la Hoshaw pubblica sul sito il suo progetto e inizia la colletta. Sulla base di una sorta di listino, viene stimato il costo per la realizzazione dell'articolo. I contributi, per inciso, sono di modica entità, normalmente pari a 20 dollari. Le regole stabiliscono che nessuno può donare somme superiori al 20% della somma prestabilita, ciò al fine di scongiurare il pericolo che soggetti spinti da interessi particolari esercitino pressioni sul giornalista. Da questa regola sono escluse solo le "news organizations", cioè gli editori locali i quali, a fronte di coperture finanziare più corpose, che possono arrivare anche al 100%, acquisiscono diritti temporanei di esclusiva. Se invece la copertura è ottenuta solo con le sottoscrizioni dei cittadini, l'articolo che viene realizzato è ceduto liberamente per la pubblicazione a chiunque ne faccia richiesta. Il regolamento prevede ovviamente diverse fattispecie volte a tutelare i sottoscrittori per i loro contributi, i reporter per il loro impegno e le organizzazioni private che dei lavori giornalistici si avvalgono. Tra le varie possibilità previste da Spot.Us è da sottolineare quella per i cittadini di collaborare con i reporter nei casi in cui la mole di lavoro o la strategia operativa richiedano il contributo di più persone. Spot.Us, che è stata avviata anche grazie all'aiuto di diverse fondazioni e agisce per ora limitatamente alla baia di San Francisco, rientra in un movimento in espansione rapida detto crowdfunding, che potremmo tradurre come mecenatismo popolare. È strettamente legato al più generale crowdsourcing, altro termine anglosassone che ci affrettiamo a tradurre in risorse diffuse, un fenomeno che concretizza l'intelligenza collettiva tramite internet.
Le potenzialità di questo nuovo modo di vedere il reportage sono evidenti. L'informazione centralizzata e politicizzata va annoverata tra le cause della crisi del giornalismo più vero, partecipato e quindi interessante? Ebbene, questo può risorgere dalla base. Se il problema dell'acqua in Italia, tanto per fare un esempio, non viene affrontato dalle tv e dai giornali più diffusi perché in un modo o nell'altro sono tutti legati ai gruppi di potere che non vedono l'ora di mettere le mani sull'oro blu, giornalisti capaci e cittadini consapevoli possono incontrarsi su un piano diverso, allineato, di interazione, e portare tutto alla luce. Nessun giornalista e nessun cittadino proporrebbe un approfondimento sull'ultimo reality o sul menisco del centrocampista. La società civile potrebbe riappropriarsi del diritto a essere informata su ciò che conta davvero, nessuna delega alla determinazione dell'interesse, nessun controllo delle coscienze. Sono evidenti tutti i problemi pratici che un progetto del genere su larga scala può porre a chi volesse intraprendere la strada di un'informazione veramente libera, a cominciare dalla selezione dei giornalisti e dalla loro protezione passando per la scarsa propensione tutta italiana all'acquisto di beni immateriali come la cultura, ma non ci sono limiti insormontabili quando c'è la volontà. L'ostacolo più grande è, forse, proprio questo. Quanto questo sogno sia realizzabile in un Paese cerebralmente rammollito come il nostro è difficile a dirsi. Speriamo di restare sorpresi.
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