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Chimera digitale
FOTO Cult - Ottobre 2009 #58

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Emanuele CostanzoL’epoca della fotografia analogica è stata caratterizzata da un altissimo tasso di artigianalità. L’insieme obiettivo-fotocamera-pellicola costituiva un sistema aperto sul quale si poteva intervenire con l’unico limite dettato dall’inventiva e dalla creatività. E non ci riferiamo alla ripresa fotografica, ma proprio all’ideazione di componenti, aggiuntivi e accessori che potessero rendere più facile e divertente la fotografia stessa o addirittura fattibile un’immagine altrimenti destinata a restare nella fantasia. Molte delle idee più brillanti sono poi passate alla produzione industriale, andando ad ampliare l’offerta in tutti i settori, dai supporti per la ripresa alla camera oscura, dall’illuminazione agli accessori per generi specialistici. Per tutto il ventesimo secolo il fai da te è stato un connotato essenziale della fotografia, ma l’avvento dell’elettronica prima e del digitale poi ha sbarrato quasi del tutto le porte alla fantasia, trasformando la strumentazione di ripresa in un sistema chiuso. Con ciò non voglio affatto dire che il progresso si sia fermato, anzi, in pochi anni la fotografia digitale, seppur perfettibile, ha raggiunto e superato quella analogica sotto molti aspetti inerenti la qualità d’immagine. Sostengo, però, che la sorgente dell’innovazione che prima era diffusa ora è concentrata in pochi grandi laboratori. Se prima la natura prevalentemente meccanica di una fotocamera lasciava spiragli all’inventiva da garage o sottoscala per intenderci, ora solo una élite di ingegneri specializzati, rigorosamente sotto contratto, sa mettere le mani su una reflex digitale senza fare danni. E non è un caso che molti fotoriparatori e tornitori abbiano cessato l’attività.
I più critici fecero notare sin dall’avvento del digitale che questa chiusura del sistema si sarebbe ritorta contro il fotografo, costretto ad approvvigionarsi presso pochi punti vendita specializzati in regime di oligopolio e quindi a prezzi artificiosamente alti. Non solo, gli stessi osservatori sostennero che la reflex digitale stessa, proprio per il vertiginoso susseguirsi di modelli con risoluzione crescente, avrebbe dovuto essere l’ultimo baluardo di un sistema aperto: perché sostituire l’intera fotocamera quando è solo la parte elettronica a subire continui aggiornamenti? A questa critica l’industria fotografica replicò dichiarandosi costretta a progettare sin dalle radici apparecchi perfettamente integrati nelle loro componenti meccaniche ed elettroniche, pena squilibri di vario genere. A ben vedere, oggi i dorsi digitali per fotocamere medioformato anche puramente meccaniche dimostrano il contrario e anche nel formato 35mm, con il dorso digitale Leica per le reflex R8 e R9, abbiamo avuto una soddisfacente prova che il digitale può essere modulare e, di conseguenza, aperto.
Una spallata all’attuale sistema chiuso potrebbe provenire dalla Stanford University in California, dove il professor Marc Levoy ha dato vita a una fotocamera "mostro". Innestando su un corpo costruito artigianalmente all’università una scheda madre Texas Instruments su cui gira un sistema operativo Linux, un sensore prelevato da un cellulare Nokia N95 e un comune obiettivo Canon, Levoy ha creato non certo un apparecchio che può competere qualitativamente con quelli che troviamo in negozio, ma a tutti gli effetti "open source". Non si tratta della semplice possibilità di aggiornare il firmware per correggere errori di programmazione o per incrementare le prestazioni della fotocamera, ma della vera e propria chiave di accesso al cervello della fotocamera o, meglio, al suo carattere. Certo, non sarà alla portata di tutti intervenire sul programma della fotocamera, come del resto non lo era tornire un anello adattatore tra diversi sistemi reflex... Ora servono competenze diverse, orientate alla programmazione del software più che alla manualità pura, ma quel che appare rivoluzionario è l’apertura alla comunità della stanza dei bottoni. Tutto quanto riguarda il funzionamento della fotocamera diviene personalizzabile, dall’otturatore alla messa a fuoco, dalla gamma dinamica alla ripresa video, dalla connettività wireless verso i social network a particolari effetti in ripresa e postproduzione. L’unico limite, di nuovo, sarebbe la fantasia. Che l’idea non sia del tutto folle è dimostrato dal supporto che Nokia, Adobe, Kodak e HP hanno accordato al progetto. Lo scopo dichiarato del dottor Frankenstein in chiave fotografica è proprio quello di far rinascere tra gli appassionati di fotografia l’entusiasmo per la tecnologia e questa nuova primavera farebbe comodo a tutti.
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