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Ritratto di una società
FOTO Cult - Giugno 2009 #55

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Emanuele CostanzoNei cinque anni della nostra giovane storia la quantità di fotografie giunte in redazione ogni mese è aumentata di pari passo con la nostra diffusione, grazie anche alla sempre maggiore consapevolezza che inviare le proprie opere a una rivista di fotografia non vuol dire necessariamente essere umiliati da un sedicente critico con la luna storta. Anzi, come ho avuto già modo di sottolineare, molti ci hanno riconosciuto il ruolo di buoni consiglieri, mostrandoci con giusto orgoglio i traguardi raggiunti nel tempo. Sebbene questo sia un dato entusiasmante, l’analisi del flusso di immagini mostra come non tutti i generi godano delle stesse preferenze da parte dei fotografi. Quelli più gettonati sono la fotografia di viaggio, il paesaggio, la macro e la fotografia naturalistica. Solo una piccola percentuale si dedica con costanza e profitto ai generi di fotografia sociali, ovvero il reportage e la street photography. Ma è soprattutto il ritratto classico a non riscuotere il successo che meriterebbe. Eppure i più famosi tra i famosi sono proprio i fotografi dediti al ritratto, inteso come fotografia della gente, dei volti, delle espressioni, delle azioni; segno che più di ogni altro genere desta l’attenzione e provoca il maggior coinvolgimento dell’osservatore.
La prima motivazione che viene spontaneo addurre è relativa alla difficoltà tecnica insita nel ritratto, ma è facile obiettare che anche il paesaggio, se affrontato in modo coscienzioso e non improvvisato, presenta le sue difficoltà. A onor del vero un buon ritratto richiede alcuni ingredienti che molto raramente si trovano scodellati, belli e pronti, davanti l’obiettivo. Se ci sono poche probabilità che un make-up divino acconci in modo irripetibile uno scorcio altrimenti banale, ce ne sono ancora meno che un’espressione accattivante si offra casualmente a noi il tempo necessario per un ritratto memorabile. Il ritratto ha bisogno di una preparazione molto lunga, che non vuol dire artificiosità dello scatto. Un ritratto che vada oltre la semplice rappresentazione richiede che tra fotografo e soggetto si instauri una comunicazione. Quanto più questa è intensa, quanto più il fotografo sa piegare la luce e gli strumenti alla propria volontà, tanto più il ritratto sarà “parlante”.
C’è un altro ostacolo alla diffusione della fotografia di ritratto, un impedimento che riguarda solo indirettamente il fotografo e il suo rapporto con il soggetto: è la paura di rivendicazioni legali, quasi una paranoia, che si è ormai subdolamente impossessata dei fotografi inducendoli quasi sempre ad abbassare la fotocamera. Abbiamo più volte affrontato questo tema, strettamente legato alla tutela della riservatezza e al diritto di cronaca. Qui ci preme evidenziare come la spontaneità e il candore che traspaiono dai ritratti realizzati fino a un paio di decenni fa siano ormai solo un ricordo. Personalmente invidio i principianti che sfacciatamente puntano il loro obiettivo su un volto solo perché è interessante. Io ormai ci penso due volte, se non tre, e spesso desisto perché come molti ho dovuto subire reazioni comprese tra il semplice rimbrotto e la minaccia di denuncia. Questo clima di sospetto mina alla base proprio quell’approccio conoscitivo che ritengo essenziale alla realizzazione di un buon ritratto.
C’è un terzo fattore, altrettanto preoccupante, che rende relativamente poco praticato il ritratto. Siamo tutti drogati. Drogati dai canoni di bellezza imposti dalla televisione, dalle riviste di moda. Canoni drogati a loro volta dalle potenzialità dei programmi di fotoritocco che rendono ancor più fantascientifiche delle bellezze già eccezionali. Con questi filtri passa-alto che si stratificano nella nostra memoria diviene sempre più difficile scorgere il bello in un volto normale perché si cerca altro. Si cerca il lineamento perfetto, la curva impeccabile, la proporzione scultorea. E non si va più alla ricerca dello sguardo denso, del sorriso sincero, del difetto affascinante. A pensarci bene, la ricerca affannosa del bello artificiale si riscontra ovunque, ma in fotografia in particolare conduce alla sterilizzazione di un filone che ne ha scandito la storia.
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