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FOTO Cult - Marzo 2009 #52

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Emanuele CostanzoLa fotografia è un’arte, lo sanno anche i bambini. Ma questo rango c’è chi glielo nega ancora oggi, figuriamoci quando muoveva i primi passi, oltre centocinquanta anni fa.
La fotografia dimostrò subito il suo carattere rivoluzionario. Dopo aver superato gli iniziali seri ostacoli di ordine tecnico, come la bassa sensibilità delle emulsioni che obbligava a tempi di posa lunghissimi, fu subito causa di alcuni piccoli sconvolgimenti di carattere socio-economico. La relativa semplicità con cui si poteva riprodurre una scena fece sì che alcune specializzazioni dei pittori di mestiere, come il ritratto, la fotografia di paesaggio o il reportage, diventassero pane quotidiano dei primi fotografi di professione. La levata di scudi nei confronti del nuovo mezzo si fondò, quindi, innanzitutto su motivi di carattere corporativistico. La fotografia fu però osteggiata dai pittori anche per ragioni meno materiali, in particolare per difendere il fortino concettuale dell’arte e della creatività, al tempo dominio indiscutibile della pittura. Allo scopo si sosteneva che la fotografia, in quanto mezzo meccanico obiettivo, riproducesse la realtà per quello che era, e che la pittura, che fluiva su tela dopo ampio e sentito processo di elaborazione personale, riproducesse la realtà per come veniva vista. Una tesi debole, ma che ha retto molto a lungo in varie frange culturali. Del resto, la fredda precisione del processo fotografico offriva il destro ai detrattori, che avevano gioco facile nel privare lo scatto di una rilevante quota di pensiero creativo originale. La seconda metà dell’Ottocento e tutto il Novecento hanno, però, visto il riconoscimento del potere innovativo della fotografia sul linguaggio visivo e la sua consacrazione come mezzo di espressione artistica. Pittura e fotografia hanno intrecciato i loro cammini, spesso scontrandosi, a volte sovrapponendosi o allontanandosi. Basterebbe citare, come esempio di bizzarro scambio di ruoli, il Pittorialismo in fotografia e l’Iperrealismo in pittura. L’ultimo baluardo che ostacolava il riconoscimento della pari dignità tra le due arti restava comunque legato al differente gesto tecnico, una sorta di peccato originale ignoto alla pittura che portava a ritenere "arte" un dipinto e "non arte" una fotografia fino a prova contraria.
Sono spesso le sentenze a determinare dei punti di svolta, a sdoganare definitivamente idee o tendenze che fanno già parte del sentire comune pur senza una inequivocabile normativa in merito. La concezione della fotografia come arte e la necessità di tutela del conseguente diritto d’autore sono state scolpite a suon di pronunce giurisprudenziali dal momento che - come già in passato abbiamo avuto modo di dire - la principale legge che regola il diritto d’autore in Italia, la 633 del 1941 e successive modifiche, ha lasciato spazio a innumerevoli e discordanti interpretazioni. Con l’obiettivo di definire l’ambito di applicazione della legge, studiosi, artisti, giuristi - e fotografi, per giunta - si sono affannati in contrapposizioni di stampo antico tra pittura e fotografia, e poi tra arte e non arte. È la via giusta da seguire, ma quanto è difficile non mettere il piede in fallo! Sul numero di giugno 2008 sposammo la filosofia che vuole il pensiero innovatore come connotato imprescindibile dell’opera d’arte e come condizione essenziale della tutela prevista dalla legge. Ed è appunto una sentenza, pronunciata dal Gip del Tribunale di Milano il 21 novembre scorso, ad avvalorare questa tesi. Il giudice era chiamato a pronunciarsi su una controversia tra un fotografo di fama nazionale e un pittore. Quest’ultimo, accusato di aver riprodotto pedissequamente un’opera del fotografo, è stato condannato. La legge sul diritto d’autore tutela, infatti, l’opera fotografica cui venga riconosciuto valore artistico - requisito posseduto dall’opera contraffatta - vietandone la riproduzione in qualsiasi forma e modalità. A nulla sono valse, quindi, le obiezioni relative al diverso supporto della riproduzione - tela e non fotografia - e, soprattutto, alla supposta creatività del dipinto, che sarebbe fedelissimo all’originale solo in quanto espressione della corrente iperrealista.
La portata della sentenza è notevole: afferma la necessità di un’idea creativa nella definizione di opera artistica, eleva la fotografia così nobilitata a oggetto di tutela rafforzata, vietandone la riproduzione anche su supporti differenti dall’originale, e sfrutta il teatro di una sfida tra arti in antico conflitto per concedere alla fotografia una rivincita storica dal potente valore simbolico.
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