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Pensiero stupendo
FOTO Cult - Giugno 2008 #44

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Emanuele CostanzoC’è un modo di dire piuttosto noto e apparentemente leggero: “quando una bottiglia di latte entra in un museo, questa diventa un’opera d’arte”. È un aforisma in cui innanzitutto è facile ravvisare un tono polemico nei confronti dell’arte contemporanea, talmente aperta alla varietà di mezzi espressivi resi disponibili dal progresso in epoca moderna da accettare come manifestazione artistica pressoché ogni cosa. In realtà nasconde molto altro. Intanto si potrebbe ben pensare che non ogni bottiglia di latte è un’opera d’arte, ma solo quella che qualcuno ha voluto far entrare nel museo, ovvero si potrebbe leggere un’allusione, se possibile ancor più polemica, ai processi che definiscono non tanto l’arte quanto gli artisti; ma ne riparleremo in futuro. Il valore principale della frase sta nel mettere a nudo il problema della demarcazione del confine tra l’opera artistica e ciò che non lo è. Credo proprio che la questione in generale sia antica, non quanto l’uomo, ma quasi. In tempi recenti l’interrogativo si è fatto più scottante e la sua “temperatura” è aumentata proporzionalmente al numero dei mercanti entrati nel tempio. La fotografia è uno dei campi in cui la risposta è più difficile da trovare a causa della natura del mezzo, ovvero per la capacità della fotocamera di riprodurre fedelmente la realtà. Se mi passate il paragone semplicistico, e fuor di polemica, nelle arti figurative classiche una secchiata di vernice o uno sgarro su una tela possono assurgere al rango di opera d’arte perché è innegabile (per insufficienza di prove contrarie) che si tratti di interpretazioni, di manifestazioni di pensiero creativo. In fotografia, la fedeltà nella riproduzione della realtà che con un minimo sforzo si può ottenere, tanto più in era digitale, ha obbligato a tentare una classificazione, una separazione tra fotografia semplice e fotografia artistica. E non è mera questione da salotto. L’appartenenza di una fotografia a una o all’altra categoria incide non poco sui diritti dell’autore. La legge principale sull’argomento, la 633 del 1941, ha quasi settant’anni, ma se è riuscita con le innumerevoli modifiche che l’hanno portata ai giorni nostri a definire i diritti dell’autore, non è riuscita a stabilire con altrettanta precisione quando questi diritti sono realmente esercitabili. Prova ne siano la giurisprudenza non sempre concorde e la fiorente letteratura sull’argomento. Il fatto è che se già all’articolo 1 si dichiarano protette le opere dell’ingegno creativo, manca il criterio per stabilire dove l’ingegno creativo sia assente, sempre che sia possibile definire il concetto di ingegno creativo. Ad esempio, è negata la presenza di creatività quando la fotografia è la mera rappresentazione della realtà. Quanto questo criterio sia limitato e limitante è palese. Proviamo, per gioco, ad applicarlo proprio alla pittura: glielo dite voi agli iperrealisti che non sono artisti? O ai vedutisti che nel XVIII secolo dipingevano delle fedelissime “cartoline” su tela da riportare in patria come souvenir? E tornando alla fotografia, chi se la sente di smantellare la mostra di Basilico al palazzo delle Esposizioni a Roma?
La fotografia è frutto di un doppio processo. Da una parte quello ottico/meccanico/chimico/elettronico; dall’altro quello intellettuale, che prende forma nel modo di utilizzare l’apparecchio, a sua volta influenzato dalla cultura, dall’intuito, dalla capacità di previsualizzazione. Parte della dottrina ha sfruttato questa separazione dell’atto genetico della fotografia indicando come elemento distintivo dell’opera artistica la presenza del moto creativo nel processo intellettuale, cioè nell’attimo che precede lo scatto. Ma in questo modo si cristallizza la fotografia e se ne definisce il valore al solo momento dello scatto, lasciando fuori ciò che oggi non può più essere disgiunto dalla fotografia creativa, ovvero il fotoritocco, inteso anche nella sua più delicata accezione di ottimizzazione dell’immagine.
Si è pensato di attribuire il rango di opera alle fotografie dove si possano rinvenire segni tangibili della fantasia del fotografo, ingegno che prende forma nella scelta degli accostamenti cromatici, nell’inquadratura, nel tempismo o nel taglio dello scatto. Eppure, opere d’arte fotografica universalmente riconosciute possono essere prive di questi elementi. Al contrario, si è negato il valore artistico a immagini in cui la scelta delle luci e dei soggetti non è del fotografo ma di altri, ad esempio la fotografia ai concerti; d’altro canto lo si è dato alla foto di una chiesa resa diversa dalla presenza, sullo sfondo, dei fuochi d’artificio.
Come è stato saggiamente da più parti suggerito, il seme della creatività va cercato nel pensiero, nell’intenzione che ha mosso lo scatto, la ricerca, il reportage o un’intera carriera. Il pensiero, inteso come motore puro, non ha un inizio né una fine, prescinde dalla tecnica, dalla cultura, è alla portata di tutti, è molto democratico… È un criterio probabilmente più etereo, complesso, indefinibile, sfuggente e di difficile applicazione rispetto a tutti quelli proposti dagli studiosi che hanno avuto l’ingrato compito di codificare l’arte, fotografia compresa. Ma è l’unico in grado di spiegare la grandezza di certe opere e l’invariabile stupore che suscitano.
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