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Cambi di stagione
FOTO Cult - Aprile 2008 #42

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Emanuele CostanzoUna brutta foto, scattata con la Polaroid e un flash a combustione, domina la prima pagina del Messaggero. In basso, quasi al limite del fotogramma, c’è il mezzobusto di un uomo in camicia, un volto dall’aria più mesta che inquieta, e una frezza bianca tra i capelli scompigliati. Alle sue spalle, vero protagonista dell’immagine, pende un drappo scuro con la stella a cinque punte e la sigla spigolosa delle Brigate Rosse. È il 18 marzo del 1978. Due mesi più tardi un’altra foto, presa col tele da una finestra del primo piano, mostra una Renault col portellone alzato. Nel bagagliaio c’è uomo raggomitolato, e tutto attorno è un brulicare di politici e gente in divisa. L’uomo è sempre quello della Polaroid, anche se adesso giace cadavere. Ha una coperta addosso, e qualcuno ne ha scostato un lembo per scoprigli il viso.
Sono passati trent’anni esatti dal sequestro di Aldo Moro, ma la memoria visiva dei suoi cinquantacinque giorni è ancora compendiata in quei due scatti: l’istantanea fatta al volo nella “prigione del popolo” per rivendicare un’azione di lotta armata e il bianconero carpito per amore di cronaca in un’atmosfera da stato d’assedio; la “prova di esistenza in vita”, successivamente usata dal regista Renzo Martinelli per un’ammirevole ricostruzione “filologica” nel film Piazza delle Cinque Lune, e lo scoop giornalistico che ha proiettato Gianni Giansanti verso una sfavillante carriera di fotoreporter. Ma a cosa si deve tanta potenza, tanta accumulazione di significato?
Non è sufficiente appellarsi alla sola forza delle immagini, e nemmeno all’uso reiterato che delle stesse immagini hanno fatto nel tempo i mezzi di informazione, per spiegare l’assunzione di certe fotografie a icone di un’epoca e il loro saldo piazzamento nella trama del ricordo collettivo. Indubbiamente, nel caso Moro, conta moltissimo la valenza storica dei fatti, che segnarono uno dei maggiori crocevia della vicenda politico-istituzionale italiana: la percezione dell’evento nodale, del passaggio culminante, del giro di boa, ha senz’altro contribuito a trasformare una grave crisi dello Stato e una profonda tragedia umana in un ciclo epico nazionale di cui le fotografie sono diventate puntelli iconografici. Gli Stati Uniti ci erano passati quindici anni prima con l’assassinio di John Kennedy. E infatti la mitologizzazione del caso JFK passa anche attraverso i fotogrammi del Super 8 di Abraham Zapruder, la meticolosa topografia del “set” di Dallas in cui si consumò la sparatoria, la “danza di morte” di Oswald colpito a freddo dai proiettili di Jack Ruby davanti agli obiettivi dei cronisti.
Ma c’è dell’altro. Trent’anni fa in Italia, qualche lustro prima in America, la civiltà delle immagini viveva la sua fulgida adolescenza. Il trionfo del rotocalco, la TV a colori, la crescita della comunicazione commerciale fornivano alle immagini veicoli di diffusione e casse di risonanza enormi, cavalcando una sensibilità già sviluppata nei riguardi delle tematiche sociali, e addirittura scavalcandola nel senso di un consumo mediatico di massa. D’altra parte era ancora lontana l’era del consumismo sistematico globale, che riversa le immagini stesse in un flusso ininterrotto di informazioni multimediali dove tutto tende a ridursi a puro segno: l’icona, all’epoca, aveva i mezzi per approdare ma anche il tempo di attecchire, senza essere immediatamente travolta da nuove ondate di stimoli visivi. Fu la grande stagione delle emittenti private, dei giochi elettronici e dei cartoni animati giapponesi, ma anche dei Gianni Giansanti, dei Rolando Fava, degli Uliano Lucas, dei Dino Fracchia, dei Tano D’Amico.
Oggi il bombardamento è continuo, tutto viene documentato in tempo reale e al tempo stesso le immagini si svuotano di senso. Il crollo delle Twin Towers, fra vent’anni, non sarà legato a una potente foto simbolo ma resterà scomposto in un’inflazione di riprese video che non favoriranno l’aggregazione del ricordo. Intanto il documento ha preso a sfumare nell’elaborazione grafica, e il reportage ha ceduto gradualmente il passo al flash d’agenzia, all’interpretazione estetizzante, alla produzione d’autore.
Eppure le immagini vincitrici dell’ultimo World Press, che vi presentiamo qualche pagina più avanti, sembrano accennare a una ripresa di quota per il fotogiornalismo mondiale. E fra le maglie del digitale sembra lentamente emergere una nuova esigenza di verità.
Forse un nuovo cambio di stagione è alle porte.
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