fotocult.it home page
home page
sommario
editoriale
arretrati
abbonamenti
segnala edicola
segnala mostre e concorsi
le tue fotografie
lavora con noi
Foto Cult : partner
contatti
supplemento speciale Vivere di Fotografia
spacer

Lo sguardo tradito
FOTO Cult - Dicembre 2007 #38

ingrandisci la copertina
Lucio V. MandariniIn questo numero di FOTO Cult vi presentiamo ben due reflex con monitor orientabile (caratteristica che fino a ieri era prerogativa delle compatte), e una di esse – come vedrete – istiga all’uso del Live View con la pervicacia di un rinnegato. A pagina 14 un distinto signore di Ivrea ci chiede di intraprendere una politica di assistenza per i tanti fotoamatori coi capelli grigi, che rischierebbero di restare in panne per la loro scarsa familiarità con i programmi di fotoelaborazione. Mio padre vorrebbe comprarsi una digitale, ma dice che anche la più elementare delle tascabili ha un profilo tecnico troppo complicato, e appena riesce a chiarirsi un minimo le idee il modello su cui ha messo gli occhi va magicamente fuori produzione. Intanto i cellulari salgono a 5 megapixel, da Cambridge esce un software di ridimensionamento “intelligente” che rimpicciolisce solo le parti meno importanti dell’immagine, e c’è sempre più gente che riscopre la Holga o il foro stenopeico. Che cosa sta succedendo? Niente di straordinario. È solo il terremoto digitale che continua a farci ballare con le sue scosse di assestamento. La rivoluzione tecnologica ha, infatti, rotto tutte le barriere e ha finito per stravolgere ogni consuetudine, dal modo in cui si inquadra alla quantità di foto che si scattano in un anno, dal rapporto fisico con l’immagine ai livelli e alle modalità di condivisione, dalla longevità commerciale di ogni singolo apparecchio alla percezione della stessa fotocamera come valore d’uso, tanto da indurre una parte del pubblico ad atteggiamenti di reazione. Inoltre ha sovvertito i codici: se dieci anni fa chi masticava di tecnica in campo fotografico parlava di grana, latitudine di posa, fedeltà cromatica, acutanza, contrasto, difetto di reciprocità, oggi si parla piuttosto di risoluzione, gamma dinamica, disturbo, aliasing, rumore termico, artefatti di compressione.
Certezze incrollabili come il rapporto matematico fisso tra focale nominale e angolo di campo sono andati (o così sembra) a farsi benedire, e chi si appresta allo scatto deve ormai saper padroneggiare parametri insoliti come il bilanciamento del bianco o il livello di qualità Jpeg.
Noi, come la maggior parte dei fotografi professionisti, siamo riusciti a tenere il passo aggiornandoci a tappe forzate, e i più giovani semplicemente non avvertono il problema in quanto sono nati nell’alveo del nuovo fiume; ma i fotoamatori maturi, che giustamente non vorrebbero rimanere ai margini, vivono spesso il cambiamento come l’irruzione di una realtà aliena, e guardano al nuovo ordine con l’incomprensione di un Guareschi nei confronti dei “giovani d’oggi”.
Ora io credo che questo disagio non vada liquidato come un fenomeno di residualità, ma valorizzato come una preziosa testimonianza, perché ci aiuta a decifrare il segno dei tempi e sollecita una riflessione: il confronto analogico/digitale non è riducibile a una questione di qualità, come molti hanno creduto all’inizio, ma pone importanti questioni di merito. Penso in particolare al valore intrinseco dello scatto. Nella fotografia su pellicola il fotografo si fa ministro di un processo fisico basato sulle proprietà naturali dell’alogenuro d’argento, materializza una visione della realtà che ha avuto in maniera diretta, custodisce a lungo un’immagine latente, e nel frattempo assapora il clic appena eseguito come affermazione rituale della propria interazione con il mondo. Nella ripresa digitale, invece, il fotografo attiva un processo artificiale di scomposizione, trasduzione e codifica dell’immagine, la quale resta in ogni caso virtuale; se sfrutta il monitor per l’inquadratura instaura per giunta un rapporto mediato con la realtà, limitandosi a registrare quella che è già una rappresentazione della scena, e il prodotto dello scatto si svuota di ogni investimento psicologico in quanto l’immagine può essere rivista subito ed eventualmente cancellata.
Mi astengo da ogni giudizio di valore, ma è evidente che simili mutazioni di approccio hanno implicazioni culturali importanti, influenzando soprattutto la considerazione che fotografo e fruitore hanno del mezzo fotografico e la dignità che ad esso viene attribuita.
In un bel film di Tim Hunter (The Saint of Fort Washington, 1993), Matt Dillon si aggira fra i senzatetto di New York scattando fotografie con una vecchia Kodak senza rullino. A Cartier-Bresson “capitava” di fotografare senza macchina fotografica. Quello spirito andrebbe in qualche modo salvaguardato.
FOTO Cult | Tecnica e Cultura della Fotografia | contatti | privacy | credits