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Addio allo specchio?
FOTO Cult - Novembre 2007 #37

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Emanuele CostanzoL’editoriale di due mesi fa ha provato a tracciare una linea su cui potrebbe correre il progresso tecnologico nei prossimi anni. Se non peccava di ottimismo, di certo eccedeva in sintesi, perché tanti altri sono gli aspetti tecnici che potrebbero subire presto sviluppi clamorosi, tali da portare a qualcosa di molto diverso da ciò che noi oggi identifichiamo come macchina fotografica. Torniamo quindi sull’argomento, provando a individuare alcuni punti su cui potrebbero verificarsi vere e proprie rivoluzioni, alcune decisamente auspicabili, altre, almeno a prima vista, molto meno.
Oggi siamo abituati a fotocamere digitali che producono immagini JPG pronte per essere stampate o inviate in qualsiasi parte del mondo direttamente dal luogo dello scatto. Fatte le debite distinzioni, si comportano come le Polaroid, fotocamere analogiche a sviluppo istantaneo che hanno nell’immediatezza il loro maggior pregio. La massima qualità, invece, in pellicola si ottiene con diapositive di bassa sensibilità o con negativi stampati a regola d’arte, in digitale “sviluppando” i RAW con un software evoluto e un computer sufficientemente potente da effettuare in tempi ragionevoli i calcoli richiesti dalle formule. Quindi, se escludiamo la “Polaroid digitale” costituita dal pur valido JPG, se al giorno d’oggi vogliamo il massimo della qualità dobbiamo vedere fotocamera e computer come due elementi inseparabili, divisi solo dai rispettivi compiti: alla reflex lo scatto, al computer lo sviluppo. Ma perché la fotocamera non può fare tutto da sola? Perché i dati che vengono inclusi nel RAW affinché, una volta sviluppato, porti all’immagine migliore possibile sono tantissimi e comportano dei calcoli di una complessità imbarazzante, al punto che solo di una parte si tiene conto nel confezionamento del JPG “in macchina”. Tanto per citarne alcune, al file vengono allegate informazioni per contenere il rumore termico, per l’elaborazione del colore, per l’eliminazione delle aberrazioni cromatiche, della caduta di luce ai bordi, per la correzione delle distorsioni. Pensate solo che allo sviluppo del RAW sono demandati compiti, come la correzione delle aberrazioni cromatiche, che anche i migliori ingegneri ottici del mondo non hanno saputo svolgere fino in fondo in fase di progettazione degli obiettivi. Volete che tanta fatica sia sostenuta da quel “misero” processore incorporato nella fotocamera, alimentato per giunta da una semplice batteria al litio? Ebbene sì, imparate a pretenderlo, perché questa è la strada intrapresa dai costruttori e il terreno su cui si svolgeranno alcune delle più accese battaglie commerciali. La capacità di calcolo dei processori è aumentata troppo velocemente negli ultimi anni per non osare una previsione del genere. Il lavoro che oggi è svolto in 15 secondi da un computer da tavolo, verrà portato a termine in una frazione di secondo da quello racchiuso nella nostra futura reflex: e tutte le correzioni che oggi applichiamo al RAW a casa, le applicheremo sul campo o sarà la macchina stessa a farlo al posto nostro. Un esempio che è già realtà: la correzione in tempo reale delle aberrazioni cromatiche che la Nikon D3 applica alle immagini scattate con obiettivi di cui conosce le caratteristiche. È un traguardo parziale, ma significativo. Passi ulteriori verranno probabilmente compiuti quando la miniaturizzazione dovrà più propriamente prendere il nome di nanotecnologia, un mondo ancora tutto da scoprire con imprevedibili risvolti nella vita di tutti i giorni. Per restare ai fatti di casa nostra, i sensori stessi, quando efficacissimi strati di microlenti riuscissero a incrementare a livelli ora inimmaginabili il rendimento dei singoli pixel, potrebbero finalmente essere progettati con sensibilità pancromatica, risolvendo una volta per tutte i problemi di falsi colori indissolubilmente legati ai sensori costruiti secondo il modello a mosaico ideato da Bryce Bayer. E sempre alle nanotecnologie è legato lo sviluppo della lente perfetta, quell’elemento che grazie a metamateriali composti da sottostrutture artificiali di dimensioni inferiori a 0,4 micron, sarà in grado di piegare la luce alla bisogna ed eliminare, in sintesi, la diffrazione, ben noto fenomeno, legato alla natura stessa della luce, che è tornato ad essere un vero problema con l’aumentare della densità dei sensori. Ma questo sembra essere un futuro ancora lontano. Ciò che pare prossimo in modo inquietante è una rivoluzione del concetto stesso di reflex. Il Live View e la connessa migrazione di massa verso i CMOS, per chi non se ne fosse accorto, costituiscono un passo deciso verso la trasformazione della reflex in videoreflex, supposizione rafforzata dall’evoluzione dei software verso una gestione congiunta di file multimediali. C’è però di mezzo uno specchio a dar fastidio, quello stesso antipatico specchio che, a causa dei tempi tecnici necessari al suo andirivieni, non consente di spingersi molto oltre la già impressionante cadenza di scatto dei modelli professionali e soprattutto, in tali condizioni di ripresa, di garantire un autofocus continuo sufficientemente preciso. Difficile immaginare uno specchio fisso semitrasparente, soluzione tentata senza molto successo in passato. Più facile, anche se doloroso, immaginarne l’abolizione, nell’attesa che la messa a fuoco diretta sul sensore acquisisca la rapidità richiesta dalle applicazioni professionali. Il dolore? Sta nell’immaginare l’addio a un sistema di mira pressoché perfetto e a un nome, reflex, indissolubilmente legati allo specchio. Sarà possibile sostituire il vetro smerigliato con un monitor LCD? Probabilmente sì, ma spero che almeno per una volta non si confonda fattibilità con opportunità.
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