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Concorso di colpa
FOTO Cult - Ottobre 2007 #36

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Emanuele CostanzoDove passa il treno che porta verso una carriera fotografica luminosa? Difficile dare una sola risposta, ma la pubblicazione su una rivista famosa è tra le stazioni dove ferma più spesso. Di questo dovevano essere convinti gli autori delle oltre diecimila stampe inviate alla sede romana del National Geographic Italia, del gruppo L’Espresso. L’occasione era costituita dalla seconda edizione del concorso fotografico indetto dal gruppo editoriale per promuovere la propria testata (beh, perché tanto stupore? credevate servisse a diffondere la passione per la fotografia?). Tre le sezioni ove misurarsi con una singola immagine: paesaggio, persone e animali. Per il reportage era consentito l’invio di un massimo di dieci stampe. Stampe, sì, ma nessuna preclusione alle fotocamere digitali, purché l’intervento al computer (che riguarda anche negativi o diapositive scansionati in vista della stampa) non andasse oltre una leggera correzione di colore, contrasto o esposizione. Insomma, niente doppie esposizioni, fotomontaggi o ritocchi di sorta. Tra le condizioni più stringenti, infine, la verginità della fotografia: al di là dell’autore, nessuno, neanche su internet, doveva aver tratto godimento dalla contemplazione dell’opera candidata al prestigioso premio. Premio, per inciso, consistente in un corso di fotografia da seguire in quel di Milano.
Fin qui le premesse. Le conclusioni: un disastro, a giudicare da quanto è possibile ascoltare nei gruppi di fotografi o leggere in rete, almeno dove non è arrivato il cancellino elettronico dei diretti interessati, promotori del concorso e fotografo. È successo che la fotografia premiata in prima istanza per la categoria paesaggio, autore Walter Lo Cascio, un giovane siciliano dal portfolio evidentemente orientato al fotoritocco, si è scoperto essere macchiata da due peccati considerati gravissimi. Intanto, non era inedita. Non sembra sia passata per i tipi di qualche testata, ma di certo era finita sugli schermi di migliaia di utenti di vari forum di fotografia. E poi, a quanto pare, era frutto di un abile ritocco in postproduzione. Per molti navigatori il confine della liceità segnato nel bando di concorso è stato abbondantemente superato, essendo il cielo pittoresco - che sovrasta una campagna dorata e un altrettanto luminoso casale - molto poco coerente con la luce presente nel resto della scena e somigliante in modo sospetto ad altri visibili nelle opere del fotografo isolano.
Potenza del web come strumento di democrazia diretta: nel giro di poche ore dalla pubblicazione dei vincitori, l’organizzazione del concorso è stata sommersa da una valanga di contestazioni e si è vista costretta, stante anche l’ammissione di colpa del fotografo - almeno per quel che concerne le precedenti pubblicazioni su internet - a escludere la fotografia e ad assegnare il premio ad altra opera. Questo incidente ha provocato diversi feriti non gravi: nell’ordine, l’autorevolezza della testata (montepremi inadeguato al nome e conseguente disinteresse dei professionisti o dei più bravi in genere), dei singoli giurati (caduti nelle rete del fotografo), e la reputazione del fotografo stesso (linciato virtualmente sulla rete). Se mi sforzo di cercare giustificazioni assolvo subito i giurati perché non credo abbiano avuto molti capolavori tra cui scegliere e perché una stampa, per uno strano meccanismo psicologico, sembra più “vera” di una foto osservata a monitor e rende meno evidente il fotoritocco; inoltre non si può pretendere che tutti passino ore a navigare nei forum a caccia dei soliti furbetti. Quindi giustifico meno il fotografo perché il bando era di una chiarezza esemplare. Infine non giustifico affatto l’organizzazione del concorso perché nel 2007 è a dir poco anacronistico sbarrare l’ingresso al fotoritocco. Il fotografo moderno non sa e non può prescindere dall’uso del computer. Anche solo per sviluppare un file RAW è costretto ad applicare alcune correzioni che rischiano di fargli varcare il confine del lecito. La soluzione al problema è di una semplicità tanto disarmante che mi fa sospettare della buona fede o delle capacità di chi si ostina a sposare modelli antiquati e inapplicabili alla fotografia moderna. Basterebbe vietare l’elaborazione solo all’interno della categoria reportage, il genere di fotografia documentale per eccellenza, quello che chiede all’osservatore di credere a ciò che vede. Via libera alla fantasia e al buon gusto altrove, senza distinzione di supporto originario e di processi di elaborazione intermedi. Non credo che creare categorie dedicate sia proficuo: immaginiamo una sezione dai contorni sfumati dedicata alle fotografie migliorate al computer, per l’appunto, su contrasto, colore, nitidezza ed esposizione. Non sono concettualmente simili alle stampe in camera oscura con sapiente uso di mascherature, bruciature o filtri di contrasto? Supponiamo, addirittura, per non lasciar nulla affidato all’autocertificazione del fotografo, una sezione generica, dedicata a tutto ciò che non sia una stampa da originale analogico o da file JPG creato in macchina e non passato per alcun programma di fotoritocco. Ho la vaga sensazione che alle altre categorie resterebbero solo gli spiccioli. Smentisca chi può.
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