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Ditemi che sto sbagliando!
FOTO Cult - Luglio/Agosto 2007 #34

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Emanuele CostanzoE se vi dicessero che nei prossimi anni la fotografia analogica vivrà una nuova giovinezza?
Immaginate le vetrine dei negozi che poco a poco tornano a dare spazio alle reflex analogiche, rigorosamente girate di “schiena”, a mostrare orgogliose il vano pellicola.
Miracolosamente risorte, una di fianco all’altra, Minolta, Contax, Zenza Bronica, ma anche tutte quelle che sono sopravvissute al terremoto digitale e che continuano a cavalcarne l’onda. E poi i frigoriferi di nuovo pieni di pellicole di alta qualità, gli ingranditori in parata e le migliori carte baritate a promettere la migliore stampa per i nostri negativi… Come non pensare, poi, alla vetrina dell’usato dove una Hasselblad non è più in svendita, ma mantiene il giusto valore di un oggetto di precisione fatto a mano?
Una semplice provocazione estiva? Sì, ma non del tutto. Non lo è perché voci sempre meno isolate e sempre più autorevoli testimoniano di un mercato della fotografia analogica in crescita, almeno oltreoceano. Non conosco bene il popolo americano, in fondo sono solo uno dei tanti a non condividerne pienamente il sistema. Però so che le tendenze partono quasi sempre da lì e che presto o tardi vengono fatte proprie anche dai popoli della vecchia Europa, più o meno tutti pronti a inalarle senza filtro. A quanto pare negli States la fotografia con la pellicola non solo non è morta, ma conduce una commovente rimonta. Ma prima di chiedermi se e quando questo accadrà anche da noi, mi pongo un’altra domanda: come è possibile che nel Paese dove è stato inventato il marketing asfissiante, che esporta ogni scemenza perché è quello che ne inventa di più, dove viene votato chi manda al macello i giovani e dove accadono tante altre cose, come è possibile che la fotografia tradizionale non solo abbia resistito al digitale ma sia addirittura in crescita? A dirla tutta, mi sorprendo anche della semplice sopravvivenza, salvo poi comprenderla analizzando alcuni fattori. Se escludiamo i tipici cittadini yankee che non si sono sporcati le mani neanche con la terra del Central Park, gli americani sono un popolo concreto, intraprendente, con grandi capacità artigiane, con un forte senso di appartenenza e un’altrettanto spiccata vocazione pionieristica. Non è storicamente lontano il tempo in cui hanno dovuto costruire case e città nei territori vergini che incontravano durante la loro espansione verso l’ovest. L’ultima dozzina di generazioni è fatta di uomini che sanno usare le mani e godere di conquiste faticose. Il procedimento fotografico tradizionale è lento, incerto, richiede grande cura, perizia e inventiva, ma sa dare in cambio la soddisfazione di un prodotto unico e di gran qualità: in fondo, è la metafora della più sana e genuina filosofia americana (purtroppo, a differenza di altri “valori”, non massicciamente esportata…). Non è un caso che da quel territorio proviene il maggior numero di fotografi dal talento universalmente riconosciuto. Quantità e qualità dei fotografi, quindi; ma anche organizzazione. Intorno a ogni branca della fotografia tradizionale, paesaggio in grande formato in primis, nascono e prosperano comunità attivissime sia dal punto di vista artistico che commerciale: fotografi che fotografano e che consumano macchine, pellicole, carta e tutto il resto. Ecco perché, sebbene il digitale abbia straripato anche nel nord America, non vi ha spento l’argento. Se il rapporto tra la popolazione italiana e quella degli USA è circa uno a quattro, quello tra i fotografi italiani e americani è ancora più svantaggioso. E se qui una nicchia, come può essere quella dei fotografi in grande formato, è veramente un pugno di romantici, in America è un piccolo esercito, abbastanza numeroso da giustificare l’esistenza di una rete capillare di vendita e assistenza e persino di riviste specializzate monotematiche!
Le cose non cambiano neanche se consideriamo l’eterogenea Europa che, pur avendo una popolazione nel complesso ben superiore a quella degli USA, solo di recente si è ritagliata una fetta di mercato equivalente. L’onda, non certo uno tsunami, della sempreverde fotografia analogica lambirà anche le coste italiche? Sembra difficile: pochi e disorganizzati, con l’arrivo del digitale abbiamo voltato pagina con una rapidità sorprendente. Noi siamo un caso di studio per gli analisti di mercato, rendiamo status symbol oggetti che all’estero falliscono miseramente, riempiamo tasche di cellulari, salotti di schermi al plasma e centri storici di SUV. Forse perché in fondo abbiamo tanta paura e non abbiamo una vera identità. Quanto vorrei essere smentito! E non solo dai fotografi...
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