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Oltre le regole
FOTO Cult - Giugno 2007 #33

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Emanuele CostanzoAi primi di maggio, in occasione dell’annuale Congresso Nazionale della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche (FIAF), ho avuto l’onore di partecipare come relatore a un seminario dedicato ai nuovi orizzonti e alle nuove tendenze della fotografia. La discussione, com’era ovvio attendersi in questo periodo di transizione tecnologica, si è dapprima incentrata sulla diatriba tra fotografia analogica e digitale, orientando la platea verso l’una o l’altra sponda e stimolando per giunta la sentita testimonianza di Gianni Berengo Gardin, presente in platea e legato alla pellicola da ben due gloriose Leica M appese al collo. Tutto bene, finché un partecipante non si è alzato in piedi dichiarandosi deluso dal fatto che lo scambio di idee si fosse arenato su questioni meramente tecnologiche, tradendo l’attesa di un confronto maggiormente volto all’analisi delle tendenze estetiche e culturali della fotografia. Tra me e me ho pensato che se la discussione era andata avanti così per oltre un’ora, in fondo l’argomento non era poi tanto noioso. Ma poco dopo mi sono trovato a dargli ragione, ho trovato illuminante sia il suo intervento sia quello di molti altri fotografi presenti, usciti allo scoperto uno per volta, tutti per manifestare un senso di disorientamento al cospetto della nuova fotografia. Così si è passati a discorrere del perché si dovrebbe accettare una foto sfocata, con l’orizzonte storto, con colori improbabili, ritoccata al computer, quindi con “vizi” formali. E poi a denunciare una certa fotografia con contenuti ritenuti osceni, con soggetti ripresi in atti di autolesionismo, dietro sbarre o in luoghi angusti, in atteggiamenti di palese rifiuto di se stessi e della società che li ospita; una fotografia, a sentire i commenti, con “vizi” sostanziali. Di fronte a queste nuove forme di fotografia, che noi stessi in redazione tocchiamo con mano quotidianamente e che sinceramente non sempre apprezziamo, molti fotografi tradizionali, con un’identità formatasi uno o più decenni fa, faticano a rimanere lucidi, si lanciano in invettive o, peggio, si chiudono nell’indifferenza. Dimenticano che la fotografia è un linguaggio e che si evolve in quanto tale. Si evolve la nostra lingua per stare al passo con la società. Vogliamo forse che non si evolva la fotografia, che di questa società è il più efficace messaggero? È fin troppo scontato citare correnti artistiche come quella impressionista, dapprima disprezzata, oggi osannata. E così è sempre stato, dalla scultura all’architettura, dalla musica alla poesia. Esistono uomini che con il loro genio, con la loro sensibilità e la loro capacità di sintesi, sanno innovare, riuscendo ad esprimere concetti a tutti noti, sensazioni da tutti provate, sentimenti da tutti vissuti, in modo rivoluzionario. Cito Dante perché fresco e intenso è il ricordo dello spettacolare Benigni, uno che sa far riflettere: il sommo poeta, per primo, riesce nella nuova lingua italiana a evocare immagini così tangibili, a instillare sentimenti così cristallini, a comunicare concetti così nitidi da lasciare stupefatti. Certo, la grandezza del poeta toscano è stata tale che ad oggi può ben dirsi insuperata. E, purtroppo, tornando alla poesia per immagini, non mi pare di poter scorgere un novello Dante tra i fotografi di oggi. Ciò nonostante, le fotografie moderne, digitali o analogiche che siano, sono espressione del nuovo linguaggio fotografico e come tali vanno valutate. Insomma, occhi e cuore aperti alle novità e nessun pregiudizio. Problema risolto? Niente affatto. Definire la fotografia semplicemente un linguaggio non può bastare. Ogni linguaggio rispetta un codice fatto di regole senza le quali non è compreso. Passatemi i semplici esempi che seguono: se io dico “mare” in corretto italiano chiunque nello Stivale capisce di cosa parlo. Così, se io fotografo il mare correttamente, cioè rispettando le regole formali della messa a fuoco, dell’esposizione e della composizione, altrettanto sicuramente nella mia fotografia tutti vedranno il mare, e solo quello. Iniziamo a cambiare le regole: se io dico “mare” con fare sognante potrei far nascere un desiderio di evasione. Se fotografo il mare infrangendo le regole formali della “dizione”, ad esempio utilizzando un tempo lento, potrei annichilire l’osservatore evocando in lui un pensiero di eterno movimento. Sono esercizi di stile, facilmente riproducibili e soprattutto assai poco sorprendenti. Ma se un giorno qualcuno dovesse pronunciare la parola “mare” distorcendone il suono cosa accadrebbe? Forse non verrebbe compreso del tutto e sicuramente non da tutti, ma se da quella infrazione totale e consapevole delle regole dovesse scaturire un suono gradevole oltre che nuovo, non saremmo di fronte a un nuovo genio della parola? Ugualmente fotografando il mare in modo davvero originale (non so come, altrimenti l’avrei già fatto) scaverei, è vero, un solco enorme tra il mio pensiero e quello che la mia fotografia genera nell’osservatore, ma se dovessi riuscire a sorprenderlo avrei fatto della mia fotografia un’arte. La fotografia è un linguaggio nel senso stretto del termine solo quando è canonica, ma non chiedetele di essere innovativa. La fotografia è poesia quando rompe gli schemi, quando stupisce, quando noi stessi, con sana invidia, avremmo voluto trovare quelle parole o, meglio, quella visione per comunicare in modo altrettanto sublime. Ciò accade quando l’immagine, attraversato il vuoto normativo che separa fotografo e osservatore, genera in questo un sentimento nuovo e positivo. È il segreto del successo nell’arte e, per fortuna, anche per questo non ci sono regole.
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