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Fotografia violata
FOTO Cult - Aprile 2007 #31

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Emanuele CostanzoCi voleva un pubblico ministero con gli attributi nel nome e nei fatti per far esplodere il bubbone di un fenomeno sgradevolissimo, per diversi aspetti legato alla fotografia. Con uno dei peggiori neologismi del nuovo secolo, “vallettopoli”, si è indicata l’elevazione a sistema pseudoindustriale di un mestiere interpretato e svolto nel peggiore dei modi, quello del paparazzo. La stampa, dopo l’atteggiamento vago e temporeggiatore della prima ora, è poi passata a dipingere a tinte forti i fatti di cronaca tornati in evidenza nella seconda decade del mese scorso (scrivo questa pagina il 14 marzo), mancando a mio avviso di effettuare alcune fondamentali distinzioni. Non è stato rilevato, tanto per iniziare, che il fatto di fotografare personaggi pubblici nella pubblica piazza non è reato, perché tra i due diritti, parimenti tutelati, all’informazione e alla riservatezza, in caso di personaggi pubblici vince il diritto all’informazione. E sempre in linea di principio, se ho il diritto di vendere le foto a un editore che me le paga una certa somma, sono altrettanto libero di proporre l’acquisto al soggetto da me ritratto, rinunciando ovviamente a qualsiasi ulteriore diritto su tali foto. E, senza volermi sostituire al giurista o tanto meno al giudice, non riesco a scorgere il reato di estorsione in tale offerta perché mancano degli elementi oggettivi della fattispecie criminosa, ovvero la minaccia di un danno ingiusto o il perseguimento di un ingiusto profitto. Se ho il diritto di pubblicare le foto vuol dire che l’ordinamento non vi ravvisa un danno ingiusto per la persona ritratta. E non perseguo un ingiusto profitto se cerco di venderle al vip, anziché all’editore, per una somma che ritengo equa compensazione del mancato guadagno derivante dalla pubblicazione. Se il personaggio non accetta l’offerta, la foto viene pubblicata e non succede nulla a livello legale. Se il personaggio accetta e il fotografo emette regolare fattura, tutto è nella norma. Ciò vale, ripeto, in linea di principio. La realtà dei fatti vede all’opera individui senza la minima etica che nulla hanno a che vedere con il giornalismo, perché nessun vero giornalista fotografo si pone la domanda se vendere il proprio lavoro all’editore o al soggetto ritratto. E quindi non sono degni della tutela offerta dall’articolo 21 della Costituzione in tema di libertà di pensiero. Sono gaglioffi dediti allo sfruttamento di fanciulle pronte a tutto, parassiti di personaggi pubblici con le tasche ben gonfie e una reputazione (immeritata, alla prova dei fatti) da difendere. Una vera organizzazione volta a creare le situazioni più scabrose e pruriginose, vere e proprie trappole in cui anche un santo cadrebbe con tutte le scarpe, figuriamoci un calciatore stordito dai soldi. E poi probabilmente l’offerta del conseguente “reportage” all’ignaro attore non avviene secondo le regole del commercio più leale, e gli eventuali compensi pagati non vengono dichiarati al fisco, somme ingenti che passeranno nelle “lavatrici” più disparate. Qui è il più evidente marciume radicale. Non c’è niente di quell’atmosfera romantica, un po’ alcolica e fumosa, che circonda un vero paparazzo, in attesa della preziosa telefonata dell’amico cameriere, la soffiata su una diva di Hollywood che balla ubriaca sui tavoli di un bar di via Veneto, la corsa con la moto, le fotocamere svolazzanti appese al collo, lo scatto decisivo, le guardie del corpo che cercano di ghermire fotografo e fotocamere, la fuga e tutto il resto che ben conosciamo.
Quello del paparazzo, a ben vedere è un mestiere per certi versi affascinante, vissuto senza sosta e senza paura da personaggi leggendari come Barillari e il compianto Secchiaroli, non da semplici schiacciabottoni né da parassiti e truffatori. Ma non punterei l’indice accusatore verso i fotografi che si prestano a tali operazioni criminose, né verso gli ingenui e goderecci vip beccati con le mani nella marmellata, verso i quali non provo in verità alcuna pietà in quanto spesso figli e conniventi del sistema di cui si dichiarano vittime. Il vero guaio è che tutta l’architettura si regge in piedi perché quelle foto hanno un valore commerciale spropositato. E se lo scatto di una povera modella che sniffa viene pagato milioni di euro è perché milioni di pecore ogni settimana vanno in edicola e riempiono i loro grandi interstizi neuronali con frammenti di vita altrui che vorrebbero per sé, fotogrammi di un mondo deificato dal sistema, innalzato a modello, criticato e invidiato dal popolo, ma imitato e inseguito, virtualmente vissuto al posto del proprio. Questo accade quando un mezzo potente finisce nelle mani sbagliate. La fotografia, forte, immediata, essenziale, diretta, perde il suo valore di espressione artistica, le viene sottratto in questo triste contesto il ruolo principe di mezzo di divulgazione culturale, viene abbassata a merce di scambio, a leva del ricatto, a specchio delle brame più effimere.
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