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La controrivoluzione
FOTO Cult - Gennaio/Febbraio 2007 #29

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Emanuele CostanzoChiudevo l’editoriale di ottobre scorso chiedendo ironicamente scusa ai lettori nel caso avessi dimenticato qualcosa nella lunga lista di compiti assegnati all’industria fotografica perché meritasse davvero un dieci e lode. Non che credessi di aver realmente individuato tutti gli aspetti migliorabili della reflex e del sistema che le gira intorno, ma il nostro lettore e fotografo Francesco S., con una lettera lunga tre volte questo editoriale, piena di lucida e garbata critica alla fotografia moderna, mi ha fatto notare, tra spunti esilaranti, perle di nostalgia e qualche tirata d’orecchie, una dimenticanza grave. Per chi avesse perso quel numero, suggerivo ai progettisti d’oriente di illuminare gli angoli bui della “camera” - standard di sensore e scheda di memoria, rumore e moiré, autonomia e polvere… - allo scopo di perfezionare quanto esiste oggi. E con ciò commettendo un errore, arrecando offesa alla mia stessa memoria. Francesco, il nostro lettore, cui mi azzardo ad attribuire 40 anni di età, parla dei suoi primi passi da fotografo, compiuti grazie a un docente di scuola media che, anziché seguire il programma, svelava ai ragazzi la magia del processo fotografico, dalla ripresa alla stampa in camera oscura; e ricorda il suo primo e unico vero amore, la Pentax K1000 chiesta e ottenuta dal padre: “relativamente economica, robustissima, pronta allo scatto istantaneamente; infatti - sostiene Francesco - era sufficiente togliere il tappo e l’esposimetro si attivava appena raggiunto dalla luce; solo le ghiere dei tempi e della sensibilità della pellicola, e sull’obiettivo le ghiere dei diaframmi e della messa a fuoco”. Eppure un’esperienza simile era capitata anche a me, con la paterna Fujica ST801, una reflex meccanica degli anni ’70 con innesto a vite. Trovata in un armadio con un rullino da finire, si era lasciata scoprire con una semplicità disarmante. Non dimenticherò mai il rumore del ritardatore ad orologeria per i tempi lunghi, né quello strano effetto nel mirino se premevo un pulsante vicino al bocchettone: tutto si faceva buio, ma dopo qualche secondo di adattamento della pupilla mi accorgevo che l’immagine era stranamente nitida. Avevo scoperto empiricamente la profondità di campo. E altrettanto velocemente mi ero impadronito dell’esposimetro e dello stretto rapporto tra tempi e diaframmi. Non ci voleva un genio. Ci voleva un oggetto semplice e perfetto nel suo stadio evolutivo, una macchina che non respingesse le velleità di un giovane curioso e autodidatta. Prosegue Francesco: “Conobbi l’essenziale nelle forme della K1000. Perché l’essenziale? Perché per fare fotografia in realtà non c’è bisogno d’altro. Ogni altra cosa che c’è su una macchina fotografica è utile ma non indispensabile”. Ecco cosa avevo dimenticato: l’essenzialità. Se oggi, miracolosamente di nuovo ventenne, dentro l’armadio trovassi una reflex digitale forse non l’accenderei neanche perché scarica. E pur sapendo che un giovane di oggi ha un diverso approccio con l’elettronica e l’informatica, non credo che l’attuale grado di umanità delle macchine sia tale da generare quell’epidemia di entusiasmo e creatività che gli apparecchi di ieri hanno favorito. Non siamo certo per un’involuzione tecnologica. Il futuro, che poi è presente, è digitale. E lo sa anche Francesco, che “implora” una K1000 con i pixel. Non è semplice provocazione, pensateci. Anche chi come noi, per lavoro, saprebbe far funzionare una reflex a occhi bendati, sa che oggi fotografare è troppo difficile. Lasciando al loro posto le ammiraglie e le reflex per amatori “evoluti”, crediamo manchi una vera reflex di base. Anche se le fotocamere per principianti hanno il famoso tasto verde e i programmi tematici, che a mio avviso una facilitazione davvero non sono, offrono alla pressione casuale almeno una decina di altri pulsanti che a loro volta consentono troppe altre cose. Ho visto persone dalla provata intelligenza bloccarsi per paura di fare danni. E per fotografare bene, divertendosi, la paura non serve proprio. Immaginate una reflex digitale ad esposizione manuale e automatica a priorità dei diaframmi, da 12 megapixel, ISO 50-6400, con l’autoscatto che solleva anche lo specchio, il tasto per la profondità di campo, a fuoco manuale con telemetro elettronico; concediamoci un selettore supplementare con chiari simboli per il bilanciamento del bianco, la registrazione in RAW, per chi vuole giocare con la camera oscura digitale, e in JPG per chi va direttamente al laboratorio; sul supporto di memoria stiamo ancora ragionando, ma l’idea di renderla indelebile non dispiace perché indurrebbe a foto più meditate; il monitor per rivedere le foto c’è, ma si accende solo se il cardiofrequenzimetro incorporato nell’impugnatura rileva un battito da riposo, segno che nulla di emozionante e degno di essere ripreso si offre alla vista del fotografo.
Speriamo che tra battute evidentemente provocatorie e altre che lo sono meno, sia giunto il messaggio. La vera maturazione di una tecnologia sta nella sua effettiva popolarità. È un traguardo che non si raggiunge solo con l’abbattimento dei prezzi, ma soprattutto con la ricerca dell’essenzialità.
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