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FOTO Cult - Dicembre 2005 #18

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Emanuele CostanzoÈ già da qualche decennio, ben prima del digitale, che la tecnologia ha reso elementare e praticabile da chiunque l'atto della ripresa fotografica. Questa marcata democraticità dello strumento fotografico potrebbe far credere che, sotteso alla fotografia, non ci sia un impulso alla conoscenza degno di considerazione. Tale sterilità si manifesterebbe tanto a monte della ripresa, sotto forma di indifferenza verso le regole che governano il funzionamento dello strumento, quanto durante la ripresa stessa, frutto esclusivo del tentativo, nella maggioranza dei casi dall'esito felice, di cogliere un'immagine occasionalmente avuta a portata di obiettivo. Questa tesi, però, è quanto di più facilmente confutabile si sia sostenuto contro la nostra arte. Anche volendo considerare la fotografia come semplice espansione delle nostre capacità sensoriali, e nello specifico della vista, la facoltà di indagare con il mezzo fotografico tutto quanto sia compreso tra l'ultrapiccolo e il remoto è per molti uno stimolo ad ampliare sotto varie forme il proprio bagaglio culturale. Ciò nonostante, a più riprese e da più parti si è sentito il bisogno di prendere le difese della fotografia, sostenendo che l'osservazione dell'immagine di un soggetto ne facilita la conoscenza e che per riprenderlo al meglio non si può prescindere dal conoscerlo. A ben vedere queste due posizioni, che in sintesi possono rappresentare le linee difensive più accreditate, sono difficilmente conciliabili, ma al tempo stesso inconfutabili. Grandi autori del passato hanno fatto della conoscenza preventiva del soggetto l'essenza stessa della fotografia, fino a sostenere che l'immagine ritagliata dal fotogramma altro non è che una proiezione di un concetto già presente nella mente prima dello scatto. Altri hanno eletto la fotografia a strumento principe della diffusione della conoscenza come fenomeno successivo allo scatto, mezzo di divulgazione e offerta spontanea di una visione nuova del reale. A chi ardireste dare torto? Se due ritrattisti vi confessassero rispettivamente di aver fatto i migliori lavori su persone ben conosciute o con le quali non v'era la minima confidenza, a chi dei due stringereste la mano? Siamo pronti a definire capolavoro uno scatto unico, pensato, costruito, sudato e magistralmente eseguito. Ma se vi dicessero che quell'istantanea di guerra che vi ha emozionato visceralmente fa parte di una sequenza realizzata con un motore da otto scatti al secondo, vi emozionereste di meno? Di solito, quando a un solo problema si danno più soluzioni valide il nocciolo della questione è altrove. La pratica della fotografia non solo dà un accesso rapido alla conoscenza del reale intorno a noi, ma costituisce uno strumento privilegiato per un altro livello di consapevolezza, molto più profondo ed essenziale: la conoscenza di se stessi. Come il rapporto con l'altro può delineare i profili della nostra personalità, così la fotografia può dare la misura di noi stessi. È come un sonar che sa disegnare il profilo di un fondale marino: un "bip" dopo l'altro, uno scatto dopo l'altro, da ogni immagine vista nel mirino, fissata nella fotocamera e infine osservata, ci giungono frammenti di noi stessi, tessere da ricomporre per dare forma a un mosaico mai uguale a quello di un altro individuo. Un movimento bidirezionale che si ramifica verso l'esterno. Apprezzare una foto che ci ha colpito, dopo aver elaborato il primo messaggio che reca, collegato direttamente al suo contenuto, non orienta subito dopo il nostro pensiero al suo autore? Non ci fa forse ragionare sul complesso meccanismo logico/istintivo che lo ha portato a ritagliare in quel modo un frammento di spazio reale? Con uno sguardo nuovo e rivelatore sul mondo, il fotografo che ha saputo usare in modo non meccanico il mezzo meccanico può mostrare consapevolmente anche un aspetto di sé. Vediamo noi stessi negli occhi del ritratto che più ci soddisfa. Quel paesaggio che istintivamente abbiamo nobilitato con una bella stampa è uno scorcio della nostra anima.
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