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L'altra fotografia
FOTO Cult - Marzo 2005 #10

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Emanuele CostanzoQuale errore, controllare la posta elettronica prima di concedermi un fine settimana di riposo! C'è una mail con una foto allegata. Un minuto di osservazione, spengo il computer e la foto è ancora lì. In ascensore chiudo un attimo gli occhi e vedo i colpi di luce sulla vegetazione ai lati, in macchina verso casa la striscia fumé del parabrezza mi ricorda la mascheratura che rende drammatiche le nuvole sullo sfondo, intuisco un capannone agricolo alla fine della carrareccia che guida bene lo sguardo in un percorso istintivo, molto sfruttato dai fotografi di maniera. E forse tutta la foto è di maniera. Ma perché allora non me la levo dalla mente? Facciamo un passo indietro. Sin dal primo numero abbiamo invitato tutti a mandarci le proprie fotografie, nella convinzione che una rivista serva soprattutto a crescere e che chi ha un po' più di esperienza debba metterla al servizio degli altri. Qua e là, in modo più o meno palese, abbiamo anche esposto alcune regole tecniche ed estetiche, offerto spunti prettamente culturali, affinché quella crescita fosse più rapida e sicura. Regole illuminate dall'ispirazione che si concretano in immagini. Di cui offriamo il giudizio imparziale. Un giudizio chiesto da molti, anche da Benedetto Riba, che manda la sua "The road without end" nella speranza che sia pubblicata in Palco e che invece viene degradata a cavia da editoriale. Una cavia dura a morire. Altrove sarebbe stata etichettata e archiviata con giudizio sostanzialmente positivo, in attesa di condanna alla pubblicazione. Un processo di analisi mediata dalla cultura, quella dell'autore e quella dell'osservatore. L'osservatore, in questo caso, si cala nei panni dell'autore, si conforma alla cultura ispirante, ne approva il frutto cogliendo determinate sfumature (ottima mascheratura, composizione equilibrata, eccellente compresenza di stasi e dinamismo, forse un po' troppo bruciata la strada.). L'osservatore, adottando un comportamento cortese e savio, cerca di risalire alle intenzioni del fotografo. E una volta comprese, le asseconda o meno, le approva o le boccia. A questo livello di analisi non si attribuisce alla fotografia nulla più di quanto non esprima da sé. Alla foto di Riba invece - e se anche questa fosse pura finzione letteraria non importa - conferisco un'anima, in modo del tutto personale e autonomo. È la presenza del bambino, considerato per la parte invisibile, cioè il volto in cui inscrivo arbitrariamente uno sguardo a metà tra la curiosità e la paura per ciò che si trova oltre una curva neanche troppo accentuata. È molto più accentuata la curva disegnata dalle pieghe della maglietta, è il tratto dell'incertezza, dell'adolescente che porti dentro come dell'adulto che indugia di fronte a una via appena meno che diritta. Un tratto grafico e uno sguardo solamente ipotizzato, ed ecco che ci si proietta in un'immagine di sé, vera ieri e maledettamente attuale. Ma quanto tutto ciò è personale e in definitiva assai poco condivisibile? Questo è il fascino della fotografia. Ha sempre un abito conforme alla cultura di almeno una persona. E di questo si veste per andare in mezzo alla gente. Ma sotto ha una sostanza, quasi una carica sensuale, tanto innocente quanto inconsapevole, che colpisce a caso. Non fa leva su regole codificate, ma sull'urgenza di un sentimento personale di trovare una concreta raffigurazione (non è una contraddizione) in un artificio, la fotografia, che comprima, annientandola, la dimensione del tempo.
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