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Storia di una fototessera
FOTO Cult - Gennaio/Febbraio 2005 #09

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Emanuele CostanzoSe vi dicessero che dalla foto della vostra carta d'identità si potrebbe ricostruire la storia dei vostri ultimi anni, segnando ora e luogo del vostro passaggio, e che da quella piccola foto si potrebbe scoprire chi amate frequentare e quali sono le vostre abitudini, come vi sentireste? È un traguardo tutt'altro che fantascientifico. Si raggiunge grazie al computer. Si tratta di potenziare uno degli strumenti più utilizzati da chi naviga in internet o da chi semplicemente non sa ritrovare nel proprio hard disk un determinato documento: il "cerca". Nel nostro inquietante caso non si tratta di trovare siti o documenti contenenti una determinata parola, ma immagini contenenti quel dato volto tra miliardi di foto archiviate. E con la fantasia si potrebbe anche immaginare un algoritmo tanto complesso da riconoscere il viso di una persona invecchiata, ingrassata, divenuta calva, che ha lasciato crescere la barba. C'è già da tempo qualcosa di simile, ben funzionante, anche se primitivo al cospetto di quanto immaginato. È un programma che serve a riprodurre in forma di mosaico un'immagine di partenza con migliaia di altre fotografie (o tessere) scelte in un archivio sulla base dei colori e delle forme dominanti. È la potenza dell'elettronica. Ma questa sarebbe nulla senza la fotografia. È quest'ultima ad aver rivoluzionato gli stili, le tecniche e il valore intrinseco delle raffigurazioni della realtà negli ultimi centocinquant'anni. La fotografia ha restituito all'immagine il valore magico e religioso che aveva in antichità, allorché il confine tra il reale e la sua copia era alquanto vago e attribuire un credito sostanziale ad una icona era cosa assai normale. La pittura, anche la più realistica, aveva spinto schiere di filosofi fino alla metà dell'Ottocento a sancire la netta separazione tra realtà e immagine e a proclamare la prima come unica degna di vera attenzione. La fotografia, però, è nata con un'arma in più. Come la definì poeticamente Fox Talbot, essa è la "matita della Natura". La fotografia è riuscita a superare i confini dell'ultrapiccolo (la microfotografia) e le distanze cosmiche (l'astrofotografia), ad abbattere la barriera del buio (con l'infrarosso) e, come qualcuno ama sostenere, a vedere l'anima (fotografia kirlianica). Questo strapotere tecnico è amplificato dall'oggettività del mezzo. C'è una serie di passaggi tecnici nella ripresa fotografica che materializzano su un supporto sensibile l'essenza della realtà. Per certi versi, ma non per tutti, la fotografia ha poco di umano nel suo riprodurre fedelmente ed infallibilmente la realtà. Ma per altri versi ha qualcosa di etereo, sovrumano, magico. In questo, il moderno mondo occidentale non è così diverso dalle popolazioni tecnologicamente arretrate che attribuiscono alla fotografia la tanto romanzata capacità di rubare l'anima. Anche noi attribuiamo un'anima a un ritratto. Ricordo una nonna baciare la piccola foto di un nipote lontano, con lo stesso amore con cui lo avrebbe fatto se l'avesse avuto di fronte in carne e ossa. Forse una foto l'abbiamo baciata tutti, almeno una volta. E forse qualcuna l'abbiamo anche strappata, dando a quel gesto un valore ben più forte della semplice frammentazione di un pezzo di carta. Per quanto struggente e intenso possa essere il rapporto con un ritratto - che per le sue sfumature particolari può addirittura arrivare a far mutare nella memoria il ricordo e l'immagine che la persona ritratta potrebbe darci dal vivo - questo ruolo della fotografia come surrogato della realtà è il più elementare e personale. Ad un più alto livello si pone la fotografia come strumento di conoscenza. La suddivisione dello scibile in un numero crescente di immagini che giorno dopo giorno formano un archivio sempre analizzabile, in modo lineare o incrociato, non solo ridefinisce la realtà, ma consente un controllo dall'efficacia spaventosa, utilizzabile con finalità diversissime e non necessariamente filantropiche. Ecco che la nostra fototessera, che assumiamo a simbolo del ritratto, adorata come una reliquia o classificata come un reperto, mostra due aspetti profondamente contrastanti. Dà a noi, comuni mortali, l'illusione del possesso della persona ritratta, almeno fino a che non ci rendiamo conto che solo di un'immagine si tratta. Dà, a chi fa del controllo globale un mestiere, la certezza di possedere la persona ritratta, almeno fino a quando il comune mortale non se ne rende conto.
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