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FOTO Cult - Settembre 2004 #05

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Emanuele CostanzoCi sono uomini che non si può conoscere senza subire qualche cambiamento. Henri Cartier-Bresson è uno di questi. Anche chi non l’ha mai incontrato fisicamente, chi ha solo incrociato la sua scia, lunga cinquant’anni e mille capolavori, non può impugnare nuovamente la macchina fotografica e fare le stesse foto di prima. L’impatto estetico ed emotivo delle sue immagini è dirompente. Spesso non è necessario conoscere i luoghi o le persone immortalate. Fotografa scorci famosissimi – lo diventano soprattutto dopo il suo passaggio - e luoghi anonimi, personaggi celebri e illustri sconosciuti. Le sue immagini, anche prese singolarmente, trasudano storie. Sono istantanee, nel senso stretto del termine, dai caratteri talmente definiti, personali e, per certi versi, costanti nel tempo, da far tacere chi attribuisce al caso il loro valore.
Con tutta l’umiltà possibile, scorrendo i suoi lavori, ci si può chiedere come e perché tanto talento sia confluito in una persona sola. Il fotografo francese è nato libero, quasi cento anni fa, e molte delle sue scelte, compresa quella di fondare con Capa e Seymour l’agenzia Magnum, sono frutto del suo spirito indipendente. Cresce affrancato da qualsivoglia problema economico, in un periodo di grandi rivolgimenti culturali, di tabù abbattuti. Si dedica dapprima alla pittura, entra in contatto con i surrealisti, con André Breton che gli infonde il senso dell’espressione spontanea e dell’intuizione. Sono i primi ingredienti di una ricetta esplosiva, i semi caduti sul terreno fertile di un ventenne dalle potenzialità enormi. Inizia a fotografare seriamente nei primi anni Trenta, con una fotocamera di piccolo formato, una Leica. Non se ne separa mai, dando vita ad una delle più spettacolari e commoventi alleanze tra uomo e macchina. La tedesca a telemetro diventa, come lui stesso ama definirla, l’estensione del suo occhio. Nessun orpello tecnologico, quasi sempre il solo 50mm tra sé e la realtà, nessuna ostentazione. Anzi, del nastro nero per camuffare le troppo vistose parti argentate della sua fotocamera. È decisivo passare inosservati tra la gente, è decisivo cogliere il momento dello scatto perfetto. Quella frazione di secondo in cui ti accorgi simultaneamente del significato dell’evento che si sta materializzando e dell’organizzazione delle forme che a quell’evento stanno per dare la massima espressione. Il fotografo francese dimostra di possedere la facoltà quasi soprannaturale di previsualizzare i fatti. Gli esseri che animano una scena, in movimento casuale per un uomo normale, seguono delle traiettorie che Cartier-Bresson conosce. Se questa eterna danza porta a delle figure significanti ed esteticamente valide, lui sa coglierle. Lo fa all’Aquila come a Trastevere, durante l’allestimento di una mostra in un museo o in un viaggio asiatico, al cospetto del filosofo Jean-Paul Sartre o dello sconosciuto trombettista Joe e della sua donna May.
La struttura delle sue immagini può far pensare all’applicazione scolastica delle classiche regole della composizione. E forse è possibile riscontrare anche a diversi anni di distanza dei tratti comuni nei suoi scatti. Ma l’equilibrio, quello che impedisce di osservare superficialmente anche una singola fotografia, non è mai fine a sé stesso. Non c’è immagine in cui il rapporto tra personaggio e ambiente sia casuale, in cui uno sguardo sia in contrasto con la personalità del soggetto ritratto, in cui qualcosa sia fuori posto o superflua. E ogni immagine, non dimentichiamolo, blocca un istante unico e diverso dal precedente e dal successivo. Ecco l’istantanea elevata al rango di magica arte. Henri Cartier-Bresson è morto il 3 agosto scorso. Ha cercato per una vita la bellezza della forma affinché desse la migliore espressione della sostanza. Trovandola e mostrandola a chi la vuole cogliere.
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