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Verità e bellezza
FOTO Cult - Giugno 2004 #03

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Emanuele CostanzoForse qualcuno avrà letto sul numero scorso le osservazioni di un lettore della provincia di Torino, colpito dalla fotografia di copertina del primo numero. Un bel paesaggio, con tutta evidenza elaborato dall’autore per motivi che non conosciamo, ma con ottimi esiti. Il ritocco, nient’affatto nascosto dal fotografo, ha però urtato la sensibilità del nostro amico, inducendolo a porsi la domanda se quella potesse ancora a giusto titolo chiamarsi fotografia. Nella risposta ci limitammo a giustificare la scelta di quella immagine con il senso positivo che esprimeva, sapendo che l’argomento avrebbe richiesto approfondimenti a più riprese, auspicabilmente in contraddittorio. Scoprire che una fotografia è ritoccata è spesso fonte di delusione, di disorientamento. Dopo essere stata per secoli considerata come mera proiezione del reale, un’ombra alla quale nessun grado di nobiltà poteva essere attribuito, oggi l’immagine, e in particolare la fotografia, ha assunto un ruolo fondamentale nella formazione delle coscienze e delle culture. Le nostre esperienze dirette sono sempre più sostituite dal costante assorbimento di fotografie provenienti dalle fonti più disparate. Anche quando siamo chiamati in prima persona a documentare per immagini le nostre esperienze, durante un viaggio o una festa, noi fotografiamo per concretizzare attimi che altrimenti sarebbero affidati esclusivamente alla memoria. Come un filo di Arianna, ci lasciamo alle spalle centinaia di scatti che, osservati a ritroso, ci riportano fedelmente ad un punto di partenza ormai inesistente se non su quel rettangolo di carta. E tale testimonianza è fruibile da tutti. Il procedimento ottico, chimico, meccanico ed elettronico della fotografia materializza il flusso impalpabile del tempo ed è strumento di conoscenza a prescindere dall’esperienza. Si potrebbe addirittura arrivare a concludere che le cose esistono in quanto visibili in una fotografia.
Effettivamente, viste così le cose, il compito della fotografia appare assai serio e sembra difficile tollerare qualsiasi alterazione della realtà registrata dalla pellicola o da qualsiasi altro supporto. Ad un’immagine elaborata si potrebbe negare il carattere di fotografia così intesa, “degradandola” ad interpretazione pittorica, libera in quanto tale dal vincolo dell’obiettività. Un quadro, infatti, è intrinsecamente falso perché è una riproduzione non meccanica del reale. Ma nessuno oserebbe definire falso in senso dispregiativo un quadro che riproduce la realtà in maniera distorta o soggettiva (casomai, falso è un quadro contraffatto). È comunemente accettata la soggettività di un dipinto tanto quanto è pretesa l’oggettività di una fotografia.
C’è però un altro aspetto della fotografia che si tende a trascurare, sebbene costituisca la molla principale di ogni ripresa: la ricerca della bellezza. Chi porta l’occhio al mirino e decide di premere il pulsante di scatto o, al contrario, di non sprecare un fotogramma, lo fa perché il proprio senso estetico viene soddisfatto o urtato. Questo rapporto con l’immagine lo vive anche chi si trova dall’altra parte dell’obiettivo. La tensione che attanaglia chi sa di non essere fotogenico quando si vede un obiettivo puntato contro nasce dal timore di non produrre una bella immagine di sé. Tutti, più o meno consapevolmente, vorremmo in quel momento che la fotografia fosse il meno possibile obiettiva e autentica.
Ora, se la ricerca della bellezza è una delle anime della fotografia, dov’è la regola che nega il diritto ad utilizzare gli strumenti disponibili al raggiungimento dello scopo? Se la bella fotografia è nella mente del fotografo, che con lo sguardo è andato oltre la ruga sul volto di una donna o ha cancellato i fili della luce su un paesaggio perfetto, perché negargli il diritto di materializzare il proprio pensiero? A volte si corre il rischio di confondere l’autentica rappresentazione della realtà con l’autentica espressione fotografica. Demonizzare uno qualunque dei mezzi utili alla soggettivizzazione della fotografia è solo un modo per mantenere vicini alle proprie capacità i confini del lecito. Confini che in fotografia devono restare in continua espansione. La fotografia che non pretende di ricercare la verità, ma la bellezza, può distorcere la realtà, può mentire. Fa parte della sua natura ed è uno dei segreti del suo intramontabile successo. Durante un’importante esposizione internazionale a Parigi, un uomo mostrò due versioni di una fotografia – una ritoccata, l’altra no – riscuotendo un incredibile successo. Era il 1855.
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