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Falsi profeti e falsi problemi
FOTO Cult - Maggio 2004 #02

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Emanuele CostanzoIl nuovo spaventa quasi sempre. Le novità da subito ben accette sono solo quelle che rispondono alle nostre precise e preesistenti esigenze. Tutte le altre sono violazioni all’ordine precostituito. Quando arrivarono le prime reflex autofocus degne di questo nome, dopo la metà degli anni ’80, la stragrande maggioranza dei fotografi e degli addetti alla stampa specializzata le vide come il fumo negli occhi. Per decenni se n’era fatto a meno, sudando ogni messa a fuoco con micrometriche rotazioni di ghiere fluidissime. Perché cambiare, se ciò avrebbe comportato sforzi economici e, soprattutto, forzosi aggiornamenti di tecniche consolidate? Si arrivò a scrivere che la fotografia fatta con l’autofocus non fosse vera fotografia. Ad accoglierle a braccia aperte, invece, furono tutti coloro che non avevano una vista da falco e pativano le pene dell’inferno, obbligati a sollevare ogni volta gli occhiali sulla fronte, sperare nella buona qualità della lente di correzione diottrica o, in mancanza di un costoso apparecchio con mirino a proiezione arretrata, ad accontentarsi di vedere solo una parte dell’inquadratura continuando ad inforcare gli occhiali. Oggi, anche se milioni di fotografi utilizzano ancora con soddisfazione le loro brave reflex a fuoco manuale, di fotocamere senza AF non se ne fanno quasi più. Poi, circa dieci anni fa, fu la volta del grande scandalo, dipinto con le tinte di un’apocalisse in tutti gli ambienti dove il progresso è visto come una minaccia: il digitale. Si camuffò l’inerzia mentale di fronte ad una novità interessante con il sacrosanto diritto-dovere di mettere in guardia la gente nei confronti di una tecnologia acerba. Se molti fotografi guardano ancora oggi al digitale con pregiudizio e senza capacità di analisi critica, ciò è dovuto in larga parte ai reiterati moniti di chi, più o meno spontaneamente, suggeriva di rimanere ancorati al palo. Non è ancora tempo (e non lo sarà mai) di buttare alle ortiche la pellicola, ma tra poco, a chi si avvicina per la prima volta alla fotografia, non avremo remore a consigliare una buona reflex digitale come nave-scuola.
Oggi, a far tremare i dinosauri della fotografia è la “Polaroid” del terzo millennio: il fotocellulare. Ancora una volta, come per l’autofocus e il digitale, si nega il rango di fotografia ad un’immagine che è pur sempre ottenuta con lenti, luce ed elementi a questa sensibili. Cos’è che terrorizza i puristi? Il fatto che milioni di persone nei prossimi anni potranno riprendere, senza pensare più di tanto, ciò che li circonda? Il rischio che l’industria fotografica si dimentichi dei “veri” fotografi cancellando la produzione dei loro (e dei nostri) giocattoli preferiti? Non scherziamo. Tanta acredine che per l’ennesima volta si percepisce nei soliti vetusti ambienti, si giustifica solo con una mentalità assai ristretta, tanto più ingiustificata quanto più proviene da chi si dichiara addentro le logiche di mercato. La diffusione capillare di apparecchi elettronici che fanno anche fotografie non porterà mai all’imbarbarimento culturale, sia perché non è messo in discussione il primato di versatilità e qualità degli strumenti fotografici tradizionali, sia perché anche con un fotocellulare si può fare arte. Certo, è il fotografo a fare arte, non lo schiacciabottoni che ha comprato per moda l’ultimo ritrovato tecnologico. Ma nessuno nasce dotto e non è certo un delitto. Pensiamoci: per chi non ha mai avuto contatto attivo con la fotografia, scattare con un telefono e rivedere subito una foto su un display non è forse emozionante come per molti di noi lo è stato veder comparire su una Polaroid un’immagine poco nitida e dai colori improbabili? Non può essere solo il supporto analogico a nobilitare l’esperienza illuminante e contagiosa della “prima volta”. L’espressione fotografica è libera come indefinite sono le vie per arrivare a praticarla al meglio.
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